Carissimi fratelli e sorelle,
carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate,
carissimi membri delle aggregazioni laicali, delle associazioni, dei movimenti e delle comunità parrocchiali della nostra Chiesa di Castellaneta,
questa sera non siamo qui per onorare un appuntamento importante del calendario diocesano. Non siamo qui semplicemente per “fare” Pentecoste.
Siamo qui per lasciarci ancora una volta visitare dallo Spirito Santo.
Perché Pentecoste non è il ricordo di qualcosa che è accaduto.
È l’esperienza viva di Dio che continua a manifestarsi nella vita della sua Chiesa.
È il soffio dello Spirito che non conserva semplicemente ciò che siamo, ma ci provoca a diventare ciò che ancora non siamo.
Per questo, più che domandarci che cosa faremo dopo questa Veglia, forse dobbiamo chiederci: che cosa lo Spirito sta dicendo, questa sera, alla nostra Chiesa di Castellaneta?
La Parola che abbiamo proclamato – non è una semplice successione di letture – è un itinerario spirituale. Un cammino che attraversa la storia della salvezza e arriva fino a noi.
Da Babele al Cenacolo.
Dalla confusione alla comunione.
Dalla paura alla missione.
Dalla morte alla vita.
Dalla sete all’acqua viva.
È come se, questa sera, lo Spirito rivolgesse alla nostra Chiesa alcune domande decisive.
La prima nasce da Babele (Gen 11,1-9).
Quella pagina racconta qualcosa di paradossale: uomini che parlano la stessa lingua e finiscono per non comprendersi più.
Non è forse l’immagine del nostro tempo?
Viviamo immersi nelle connessioni, nei messaggi, nelle comunicazioni continue, e tuttavia sperimentiamo spesso una profonda solitudine relazionale. Si comunica molto, ma ci si incontra poco. Si condividono contenuti, ma non sempre vita.
Papa Leone XIV, nella Pentecoste dello scorso anno, ha colto bene questa contraddizione:
«È triste osservare come in un mondo dove si moltiplicano le occasioni di socializzare, rischiamo di essere paradossalmente più soli, sempre connessi eppure incapaci di “fare rete”» (Leone XIV, Omelia di Pentecoste, 8 giugno 2025).
Sarebbe ingenuo pensare che questa tentazione resti fuori dalla Chiesa.
Anche noi corriamo il rischio di parlare molto senza realmente ascoltarci. Possiamo condividere spazi senza costruire fraternità. Possiamo collaborare pastoralmente senza riconoscerci realmente parte dello stesso corpo ecclesiale.
Eppure, Pentecoste compie un prodigio decisivo: non elimina le differenze; le trasfigura in comunione.
Ed ecco allora la prima domanda: siamo una Chiesa che comunica… o una Chiesa che genera davvero comunione?
Tra le nostre parrocchie.
Tra associazioni e movimenti.
Tra aggregazioni laicali e ministeri.
Tra pastori e fedeli.
Tra generazioni diverse.
Poi la Parola ci conduce al Sinai (Es 19,3-8.16-20). Lì Dio si manifesta nel fuoco, nella nube, nel tremore. Ma a Pentecoste accade qualcosa di nuovo: quel fuoco non scende più su una montagna remota. Scende sulle persone. Tocca i volti ed entra nelle storie.
Perché lo Spirito Santo non forma spettatori religiosi. Forma testimoni.
E allora la seconda domanda diventa inevitabile.
Non abbiamo forse, qualche volta, trasformato il Cenacolo in un luogo dove rifugiarci? Uno spazio rassicurante in cui custodire ciò che abbiamo, più che lasciarci inviare verso ciò che ci attende?
Oggi la fede raramente viene combattuta apertamente. Più spesso viene ignorata, marginalizzata, considerata irrilevante. Ed è proprio questa indifferenza a rischiare di spegnere il coraggio cristiano.
«Lo Spirito Santo – ci ricorda Papa Leone XIV – vince ogni paura, spezza le catene interiori, lenisce le ferite, unge di forza e dona il coraggio di uscire incontro a tutti ad annunciare le opere di Dio» (cfr. Leone XIV, Omelia di Pentecoste, 8 giugno 2025).
E allora: siamo ancora una Chiesa che osa uscire dal Cenacolo?
Abbiamo ancora il coraggio di testimoniare il Vangelo senza timidezza?
Di renderlo visibile nella vita ordinaria delle famiglie, nel lavoro, nella scuola, nella cultura, nel tessuto sociale del nostro territorio?
Perché una fede che resta chiusa lentamente si consuma.
Poi – e siamo giunti alla terza provocazione che questa Veglia ci consegna – giunge la visione di Ezechiele (Ez 37,1-14). Forse è una delle immagini più forti di tutta la Scrittura. Una valle piena di ossa aride. Non semplicemente persone stanche o ferite. Ossa. Il segno di ciò che sembra definitivamente perduto. L’emblema della morte.
E Dio domanda al profeta: «Figlio dell’uomo, potranno rivivere queste ossa?» (Ez 37,3).
È una domanda che raggiunge anche noi.
Possono rifiorire comunità affaticate?
Relazioni consumate?
Entusiasmi offuscati?
Vocazioni indebolite?
E come non allargare, questa sera, lo sguardo al mondo? Pensiamo per un attimo alle guerre e ai conflitti che devastano popoli e famiglie. Alla violenza che ferisce la convivenza umana. Alle tante forme di povertà – materiale e spirituale – che attraversano anche il nostro territorio.
Ma Pentecoste ci ricorda una verità decisiva: lo Spirito non è evasione spirituale. È forza di resurrezione. Per questo la domanda si fa concreta: dove lo Spirito ci chiede oggi di ridare vita e costruire pace?
Non solo pregare per la pace, ma costruirla. Non soltanto denunciare il male, ma diventare uomini e donne di riconciliazione. «Sentinelle della notte», come le chiama Papa Leone XIV. Testimoni che non dimenticano la luce.
Infine, Gioele spalanca un orizzonte bellissimo: «Effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo» (Gl 3,1).
Su ogni carne. Non su pochi. Non su un’élite religiosa. Non su specialisti del sacro. Su tutti! «Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (ivi).
E questa sera, guardando questa nostra assemblea, questa promessa prende volto.
Le aggregazioni laicali qui presenti, i movimenti, le associazioni, le comunità parrocchiali, i diversi ministeri e i differenti carismi… tutto questo non è semplice pluralità organizzativa: è il volto concreto di una Chiesa chiamata a camminare insieme.
E allora la domanda è chiara: camminiamo davvero insieme… o percorriamo strade ecclesiali parallele?
Ci riconosciamo reciprocamente come dono?
Oppure ciascuno custodisce il proprio spazio, il proprio linguaggio, la propria sensibilità?
La sinodalità non è una parola tecnica da documenti ecclesiastici. È la conversione concreta delle relazioni.
E infine tutto confluisce nel Vangelo.
Gesù non sussurra, grida: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» (Gv 7,37).
Quel grido questa sera raggiunge anche noi. Perché il mondo ha sete.
Sete di senso, di relazioni vere, di pace, di speranza, di futuro. Talvolta anche sete di Dio, pur senza saperlo nominare.
E Gesù aggiunge: «Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,38). Non qualche goccia. Ma fiumi!
E allora la domanda conclusiva raccoglie tutte le altre: la nostra Chiesa lascia davvero sgorgare acqua viva, al punto da diventare attraente?
Una comunità non attrae perché è perfetta. Non attrae perché organizza bene. Non attrae perché comunica meglio. Attrae quando si percepisce che lì abita una vita diversa.
Lo aveva intuito Papa Francesco, citando Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione». (Evangelii Gaudium, 14).
Ma questa attrazione non nasce da strategie. È il profumo dello Spirito che si sprigiona da una comunità che non vive di lamentele ma di gratitudine. Che non difende soltanto strutture, ma genera speranza. Che non si accontenta del bene già compiuto, ma si lascia sospingere dallo Spirito verso ciò che Dio ancora sogna.
Che riconosce con gioia la bellezza di ciò che possiede: Cristo vivo!
Carissimi, questa sera non chiediamo una Pentecoste emozionante. Chiediamo una Pentecoste vera.
Che ci renda più capaci di comunione.
Più coraggiosi nella testimonianza.
Più credibili nella costruzione della pace.
Più autentici nel camminare insieme.
Perché Castellaneta non ha bisogno semplicemente di una Chiesa presente. Ha bisogno di una Chiesa viva. E una Chiesa viva è sempre una Chiesa ricolma di Spirito Santo.
Amen!
+ Sabino Iannuzzi






