Omelia nella Messa della festa patronale in onore di san Sebastiano,
Racale, 30 maggio 2026.
Cari fratelli e sorelle,
la festa patronale è un giorno di gioia e di grazia per tutta la vostra comunità. Riuniti attorno al santo patrono, san Sebastiano, volete non solo custodire una tradizione, ma soprattutto rinnovare la vostra fede e riscoprire il significato profondo della testimonianza cristiana.
I santi non sono eroi lontani o figure del passato da ammirare soltanto nelle immagini o nelle processioni, ma uomini e donne che hanno preso sul serio il Vangelo. Hanno vissuto le nostre stesse paure, le stesse difficoltà e le stesse prove, ma hanno scelto di mettere Cristo al centro della loro vita. Essere devoti al patrono non significa soltanto invocare protezione nei momenti difficili. Significa soprattutto lasciarsi ispirare dal suo esempio.
Il valore religioso e civile della festa patronale
La festa patronale ha un valore religioso e civile. Dal punto di vista religioso, la festa patronale è prima di tutto un momento di incontro con Dio attraverso la testimonianza del santo patrono. I santi ricordano che il Vangelo può essere vissuto concretamente nella vita quotidiana. Diventano così modelli di fede, di speranza e di carità. Una comunità cristiana che ama il suo santo patrono deve essere una comunità unita, capace di perdono, attenta ai poveri, vicina a chi soffre. La celebrazione eucaristica, la preghiera comune, la processione e gli altri segni e manifestazioni devozionali aiutano il popolo a sentirsi parte di una stessa famiglia spirituale.
La festa patronale possiede anche un profondo valore civile e sociale. Unisce cultura e storia, rafforza il senso di appartenenza alla comunità, mantiene vive le tradizioni locali e crea legami tra generazioni diverse. Durante la festa, le persone si ritrovano, si riconciliano, condividono momenti di fraternità e riscoprono le proprie radici culturali. La festa patronale diventa così un patrimonio collettivo: non riguarda solo chi pratica la fede, ma tutta la cittadinanza.
Le luminarie, la musica, gli incontri nelle piazze esprimono il desiderio di stare insieme e di custodire la memoria della propria storia. In un tempo in cui prevalgono individualismo e isolamento, la festa patronale mette in risalto il valore della comunità e insegna che un paese vive davvero quando conserva non solo le sue case e le sue strade, ma anche la sua anima. Per questo la festa patronale non deve ridursi solo a spettacolo o tradizione folkloristica. Deve restare un’occasione di crescita spirituale, umana e civile, capace di unire le persone e di trasmettere ai giovani i valori più profondi della comunità.
Le “frecce” di san Sebastiano
I santi non sono personaggi alla moda, ma sono sempre attuali. Il loro messaggio non è mai fuori dal tempo. Questo vale anche per san Sebastiano. Vissuto molti secoli fa, parla ancora al cuore dell’uomo moderno.
Secondo la tradizione, Sebastiano era originario della Gallia (l’attuale Francia) ma visse a Milano. Entrò nell’esercito romano e divenne ufficiale della guardia imperiale grazie al suo coraggio e alla sua lealtà. Tuttavia, di nascosto professava la fede cristiana e aiutava i cristiani perseguitati, incoraggiandoli a restare fedeli a Cristo. Quando la sua fede fu scoperta, l’imperatore Diocleziano ordinò che fosse ucciso. Sebastiano venne legato a un tronco e trafitto da numerose frecce, episodio che lo ha reso uno dei santi più rappresentati nell’arte cristiana. La tradizione racconta però che non morì subito: una donna cristiana, Irene, lo curò e lo salvò. Una volta guarito, Sebastiano ebbe il coraggio di presentarsi nuovamente davanti all’imperatore per rimproverarlo delle persecuzioni contro i cristiani. Questa volta fu condannato definitivamente a morte, probabilmente per bastonatura, e il suo corpo venne gettato nelle cloache di Roma. I cristiani recuperarono il suo corpo e lo seppellirono nelle catacombe sulla via Appia, dove oggi sorge la Basilica di san Sebastiano fuori le mura.
San Sebastino fu un giovane stimato, forte, inserito nella società del suo tempo. Aveva prestigio, responsabilità e onore. Eppure, davanti alla scelta tra il successo umano e la fedeltà a Cristo, non ebbe esitazioni: scelse il Signore. La sua vita ci ricorda che la fede non è un ornamento da mostrare nei giorni facili, ma una luce da custodire soprattutto nelle prove.
Trafitto dalle frecce, rimase saldo nella speranza. Quelle frecce non furono la sua sconfitta, ma il segno della sua vittoria spirituale. Anche noi oggi siamo colpiti da tante “frecce”: la paura del futuro, la stanchezza, l’indifferenza, le divisioni nelle famiglie, la perdita di valori, la tentazione di vivere senza Dio. San Sebastiano ci invita a non arrenderci. Ci insegna che il cristiano non è colui che non cade mai, ma colui che continua a fidarsi del Signore.
Combattere la bella battaglia della fede
San Sebastiano insegna il coraggio della fede. La sua testimonianza ci invita a non vergognarci della nostra fede. Vale la pena di ricordare che la «fede è fondamento/certezza (hypóstasis, ὑπόστασις) delle cose che si sperano, e prova / dimostrazione (élenchos, ἔλεγχος) di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). La fede è come un seme. Chi lo guarda vede soltanto qualcosa di piccolo, fragile, quasi insignificante. Eppure dentro quel seme è già presente l’albero. Non lo vediamo ancora, ma esiste una promessa nascosta. La fede è qualcosa di simile: è saper riconoscere la promessa di Dio anche quando i nostri occhi vedono soltanto la terra, il buio o l’attesa. La fede non elimina il dolore e non toglie la fatica. Cambia il modo di attraversarli. Dice: non vedo ancora, ma continuo a fidarmi; non comprendo tutto, ma continuo a camminare; non possiedo tutte le risposte, ma so in chi ho posto la mia speranza.
La fede non è chiudere gli occhi davanti alla realtà, ma è intravedere la presenza di Dio dentro la realtà. Viviamo in un tempo in cui spesso è facile parlare di Dio, ma difficile testimoniare davvero il Vangelo con la vita. San Sebastiano ci ricorda che essere cristiani significa rimanere fedeli anche quando costa sacrificio, incomprensione o solitudine. Siamo chiamati a essere luce, a portare speranza, a costruire pace nelle famiglie, sul lavoro, tra i giovani, nella vita quotidiana,
La fede è anche “combattimento” secondo le parole dell’apostolo Paolo: «Ho combattuto la bella battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tim 4,7). Il riferimento alla battaglia non riguarda una guerra fisica ma la lotta spirituale e morale. L’idea è quella di una lotta “nobile”, degna, orientata al bene e alla verità. L’apostolo esorta a restare fedeli alla fede, a perseverare nelle difficoltà, a vivere con coerenza, a non arrendersi davanti alle prove.
L’apostolo Paolo non prospetta una vita perfetta, facile, senza ferite, ma un’esistenza che conosce anche stanchezza, persecuzioni, cadute, delusioni. Eppure, alla fine, può dire: non ho smesso di credere, non ho smesso di amare, non ho smesso di sperare. Per questo egli addita il suo esempio ed esorta tutti con queste parole: «Combatti (anche tu) la bella battaglia della fede» (1Tim 6,12).
Venerando san Sebastiano siamo chiamati a combattere ogni giorno la nostra bella battaglia. Non contro altri uomini, ma contro ciò che spegne la luce del cuore: la paura, il rancore, l’odio, la sfiducia, l’egoismo, la tentazione di arrendersi. Il Vangelo non ci promette una vita senza lotta. Ci promette che non siamo soli nella lotta.
Rinnovate, allora, la vostra fede nel Signore e, sull’esempio di san Sebastiano, affidate a lui le gioie, le sofferenze e le speranze di tutti.
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