Quella ascoltata poco fa dal vangelo (Gv 10,11-16) non è una favola a lieto fine, ma una parabola. Nelle favole si immagina un mondo ideale dove trovano posto i nostri sogni migliori, anche se, nel frattempo, sappiamo che la realtà è ben diversa da ciò che desideriamo. Nelle parabole, invece, siamo direttamente coinvolti, entrano in gioco il nostro vissuto e anche le nostre contraddizioni. E accade che quando Gesù racconta una parabola, oltre a parlare di sé, ci tira dentro, anche senza che ce ne accorgiamo, così che essa diventa una lente di ingrandimento che ci permette di osservare in noi stessi con una luce diversa.

Il mondo è pieno di mercenari. Ancor più di lupi. E tanti, al loro sopraggiungere, si ritrovano soli, indifesi e abbandonati al loro destino. Molti si sentono dispersi e sono smarriti dentro un’esistenza che appare loro un labirinto senza uscita. A tanti, poi, e in tante maniere è rapita anche la dignità. E in questo quadro, lo sappiamo, nessuno può ritenersi troppo sicuro di essere dalla parte dei buoni o di indossare le vesti della vittima. Il bene e il male convivono in ciascuno di noi.

La parabola evangelica, tuttavia, ci consegna la certezza della presenza del “buon pastore”. Gesù si presenta da sé stesso proprio così. Può farlo davvero? A che titolo? Sì, lo può dire, perché egli fa quello che dice: afferma che il buon pastore dà la vita per le pecore e poi muore davvero per noi. Può dirlo, perché invita al perdono e, poi, chiede il perdono al Padre per coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, quasi giustificandoli. Mostra di essere il “buon pastore”, perché mentre dice che siamo tutti fratelli, lui per primo non fa distinzioni di persone, stando con i ricchi, i potenti e, soprattutto, con gli ultimi e gli esclusi.

È il “pastore” buono perché ci ama da sempre, ci conosce uno per uno e, venendoci incontro ogni giorno, non ci fa mai mancare la sua presenza, offrendoci la possibilità di incontrarlo nella verità di noi stessi e nel volto del fratello. Egli, così, non rimane un generico “buon pastore”, ma è proprio il nostro buon pastore. Il mio, il tuo buon pastore. Se non oltrepassiamo il limite della conoscenza generica e teorica di Gesù e non entriamo finalmente in una relazione viva e personale con Lui, in noi rimarrà sempre verso il Signore una patina di estraneità che ci priverà di quell’intimità che egli stesso, invece, desidera ardentemente avere con noi.

È proprio questa profonda unione con il Signore che nella sua esistenza il vescovo Severo ha scoperto e custodito. Egli ha sentito la chiamata del Signore, non ha avuto paura di affidarsi a Lui. Lo ha seguito, diventando un suo fedele testimone, un santo successore degli Apostoli, totalmente dedito ad annunciare il vangelo e a spendersi per il bene della Chiesa. Nonostante l’editto del 313 avesse finalmente dato ai cristiani la libertà di esercitare pubblicamente il loro culto senza la paura di essere perseguitati, il sangue ancora vivo dei tanti martiri che fino a quella data avevano dato prova di fedeltà a Cristo davanti alla reale possibilità di rinnegarlo, lo spingeva a non risparmiarsi. Sapeva che la Chiesa era fatta di pietre vive e che con esse, e cioè con le persone che sceglievano di ricevere il Battesimo, poteva costruire una comunità, quale luogo in cui incontrare con gioia il Risorto e accogliere la missione di abitare e servire il mondo.

Così, come gli occhi di San Severo, anche i nostri non possono fermarsi a guardare solo la dimensione istituzionale della Chiesa, ma devono imparare a cogliere in essa ciò che la fonda dal di dentro e che cioè essa è un gruppo di fratelli ed amici che vive del Risorto e che fa di questa esperienza con Lui il centro e il fine di tutto. Se manca questa esperienza diretta, viva, nello stesso tempo personale e comunitaria, il resto non regge. La Chiesa, infatti, è una comunità che, fondata su Gesù Cristo, adotta uno stile alternativo rispetto al canto delle sirene di stili più facili e accomodanti, uno stile fondato su quei requisiti che San Paolo riconosceva come frutto dello Spirito e segno di una vera novità di vita: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,2).

E anche se ora le spoglie mortali del nostro santo Protettore sono custodite e venerate con gratitudine nella Basilica di San Giorgio Maggiore di Napoli, nella cui diocesi è stato il 12° vescovo, chi lo incontra veramente e sperimenta la sua efficace intercessione, sa di avere una preziosa occasione per accogliere quella novità che viene da Cristo e che, prima ancora di presentare in maniera dettagliata agli altri, dovremmo poter vivere noi per primi, se ci diciamo cristiani. È questo in fondo il motivo della preghiera di questa sera, la supplica della nostra diocesi che poniamo sull’altare di questa cattedrale.

San Severo, come del resto anche tutti gli altri santi, non desidera che si parli di lui e oggi è misticamente presente in questa solenne liturgia per rimandare a Colui per il quale tutto esiste: l’universo, il mondo, l’umanità, i nostri affetti, noi stessi. Il suo unico desiderio è che si gridi ancora, senza stancarsi, l’amore di Dio; un annuncio che non può rimanere strozzato in gola a motivo delle nostre paure o dei nostri ritardi. I santi ci incoraggiano a non desistere da questa nostra scelta, poiché sono la prova efficace, storica della presenza reale del Signore sulla terra. Su una terra che a volte pensa, invece, troppo sbrigativamente di recidere il legame con Lui, cadendo nell’abissale baratro del non senso.

Ricorderete certamente la celebre parabola, non evangelica questa volta, dello scrittore e poeta danese Johannes Jørgensen, convertito al cristianesimo, attratto soprattutto dalla Santità di Francesco d’Assisi. È la parabola “Il filo dall’alto” che racconta di un piccolo ragno che scende da un albero altissimo tramite un filo lucente e invisibile per agganciarlo a una siepe e tessere la sua splendida tela. Con il passare del tempo il ragno cresce e allarga la sua ragnatela sempre più, ma si dimentica di quel filo che proveniva dall’alto e che reggeva l’intera struttura. Preso da un senso di autosufficienza e di fastidio per quel legame misterioso che non riesce a comprendere, un giorno decide di recidere quel filo che sale al cielo. Ma subito dopo, tutta la sua magnifica opera crolla rovinosamente, lasciandolo moribondo avvolto dal suo stesso capolavoro ormai andato in frantumi.

Da vescovo forte e determinato e da patrono della nostra diocesi, San Severo è preoccupato che ci si possa dimenticare di Dio, che ci si azzardi a vivere come se Lui non ci fosse, che l’orgoglio accechi e impedisca di vedere la verità di ciò che si è.

E stasera si aspetta che ci affidiamo sinceramente al Signore per presentargli il nostro bisogno di lui.

Sì, siamo qui con la nostra pochezza, eppure ci sentiamo amati. Per questo, anche se sappiamo che Dio conosce già tutto, con un atto di affidamento, gli diciamo la nostra totale fiducia, presentandogli le nostre reali necessità.

Ha bisogno di te, Signore, chi si avventura con un filo di speranza tra mille tentativi di trovare lavoro, ma poi scopre come va il mondo e si arrende davanti all’impietosa evidenza di essere scartato dalla cinica e selettiva logica del profitto.

Ha bisogno di te chi attraversa il mar Mediterraneo in cerca di un futuro diverso, ma poi, proprio in quel mare, viene fermato. Una volta si chiamava “Mare nostrum”, ma “nostro” di chi? Forse solo dei più forti, pronti, poi, al di là del mare a erigere barricate fisiche o ideologiche.

Ha bisogno di te chi, soffocato da un sottobosco fatto di prevaricazioni e di violenze, spesso nascoste o ritenute normali, si ferma alla rassegnata affermazione: “è così, purtroppo, e non cambierà mai nulla”.

Ha bisogno di te chi in situazioni di sofferenza e di disperazione, cerca aiuto ma non trova qualcuno disposto ad ascoltare e a farsi carico del suo dramma.

Ha bisogno di te chi è solo, anche se apparentemente connesso con tanti. «“Dove sono gli uomini? Si è un po’ soli nel deserto”, disse il Piccolo Principe rivolgendosi al serpente, suo misterioso compagno di viaggio. L’animale rispose che “si è soli anche tra gli uomini”».

Ha bisogno di te chi non si lascia ammagliare da vuote apparenze e da sterili mode e cerca faticosamente un senso.

Ha bisogno di te ogni ragazzo e ogni giovane che si è perso già ai primi passi dell’esistenza, perché gli è mancata una linea educativa propositiva, vigorosa, chiara, perché non ha mai incontrato le tante decantate alleanze educative tra istituzioni che, mentre spesso si osservano a distanza, lo lasciano solo con i suoi genitori, soli anch’essi, nell’accompagnare il proprio figlio.

Ha bisogno di te chi è umiliato ad attendere per lunghi mesi il proprio turno per una visita medica che, però, con il passare dei giorni diventa sempre più urgente, a causa di una lotta contro un tempo che scorrendo priva in maniera inclemente della salute chi aspetta invano.

Ha bisogno di te chi con amarezza e rabbia non ce la fa ad arrivare a fine mese ed è costretto a tirare a campare, in un mondo in cui molti invece sono nell’opulenza.

Ha bisogno di te chi vede qualcuno dei propri cari andar via per motivi di lavoro o di studio, costretto da una società che qui non è attrezzata a coltivare le potenzialità di chi vuole costruirsi un futuro onesto.

Abbiamo bisogno di te quando passiamo da una fede sicura quanto una grande áncora cui siamo aggrappati a una fede, invece, che assomiglia a un pezzo di legno in mare aperto che permette a mala pena di restare a galla.

Abbiamo bisogno di te, infine, quando, nonostante il dono della fede in Gesù Cristo, siamo schiacciati dal peso delle nostre incoerenze.

Grazie, San Severo, che questa sera ci ricordi, però, che anche Dio ha bisogno di noi e che i miracoli assomigliano a una suonata su un pianoforte a quattro mani. Non vale se lasciamo esibirsi solo il Signore, soprattutto da quando è diventato uomo e nostro compagno di viaggio, e non vale nemmeno la presunzione di suonare noi da soli, con l’arroganza di conoscere l’intero spartito… che, invece, solo Lui ha scritto per noi, affidandolo per amore alla nostra libertà. Amen

Solennità di San Severo, 25 settembre 2026.

                                                                                                          

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