Omelia dopo l’incendio, Madonna della Serra, Ruffano 18 luglio 2026.
Carissimi fratelli e sorelle,
salendo con lo sguardo verso la collina della Madonna della Serra non vediamo più il verde che ci accompagnava da sempre, ma le immagini del fuoco che ha devastato la collina. Lo sguardo incontra una terra annerita, gli alberi ridotti a tronchi senza vita, il silenzio che segue il fragore delle fiamme. È una ferita inferta al nostro territorio, ma anche alla memoria e all’identità della nostra comunità.
Questa collina però non è soltanto un luogo geografico. È uno spazio dell’anima. Generazioni di credenti vi sono salite per affidare a Maria le proprie gioie e le proprie sofferenze; molte famiglie hanno affidato i loro figli; l’intero paese ha ringraziato il Signore; tanti hanno ritrovato pace. Le pietre del santuario custodiscono la preghiera dei padri; gli alberi che lo circondavano sembravano prolungare, con il loro silenzio, il canto della lode al Creatore.
Oggi tutto questo appare irrimediabilmente compromesso. Ma la speranza cristiana nasce precisamente da questa ferita. Pur attraversata dal dolore, questa terra può diventare luogo di una rinnovata coscienza civile, di una più intensa comunione ecclesiale e di una responsabilità condivisa verso il bene comune. La fede non cancella il dolore, né lo minimizza ma ci educa a leggere gli avvenimenti con uno sguardo più profondo perché lo attraversa alla luce del mistero pasquale di Cristo. San Paolo ci offre una chiave preziosa quando afferma che «tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto» (Rm 8,22). Il creato non è una realtà estranea alla storia della salvezza: esso partecipa, in modo misterioso, del destino dell’uomo. Per questo, quando la terra è ferita, anche il cuore dell’uomo sanguina; e quando il cuore dell’uomo si allontana da Dio, anche la creazione porta i segni del suo disordine.
Il libro della Genesi affida all’uomo un duplice compito: coltivare e custodire il giardino. Non dominare in maniera arbitraria, ma esercitare una signoria che sia riflesso della sapienza e della tenerezza del Creatore. La custodia del creato non è soltanto una responsabilità ecologica; è una vocazione spirituale. Custodire la terra significa custodire il dono ricevuto dalle mani di Dio e consegnarlo integro alle generazioni future.
Cinque parole per la rinascita della collina della Serra
Rimane una domanda: che cosa nascerà da questa ferita? Potremmo lasciarci vincere dalla rabbia, oppure trasformare questo dolore in una rinnovata responsabilità. Potremmo limitarci a piangere ciò che abbiamo perduto, oppure diventare custodi ancora più attenti del dono che Dio ci ha affidato. Vorrei affidare alla nostra comunità cinque parole, semplici ma impegnative, perché da questa prova possa nascere un cammino nuovo.
La prima parola è: grazie. Grazie ai Sindaci e alle Amministrazioni comunali, ai Vigili del Fuoco, alla Protezione Civile, alle Forze dell’Ordine, ai volontari e a tutti coloro che, con generosità e spirito di servizio, hanno affrontato il pericolo per difendere le persone e il nostro territorio. Il loro impegno e la loro dedizione ci ricorda che il bene comune non è un’idea astratta, ma prende forma nelle mani, nel cuore e nel sacrificio di uomini e donne disponibili a farsi carico gli uni degli altri.
La seconda parola è: comunità. Quando brucia un bosco, non si consumano soltanto alberi. Bruciano ricordi, tradizioni, silenzi, emozioni. Brucia una parte della storia di una comunità. Ogni prova può diventare un tempo di grazia, se suscita una coscienza nuova. Questa ferita interpella tutti noi. Non possiamo limitarci a ricostruire ciò che è andato perduto; siamo chiamati a ricostruire anche il senso della nostra appartenenza a questa terra e alla nostra comunità. Il Signore ci invita a riscoprire il valore della corresponsabilità, della collaborazione e della cura reciproca. Una comunità è viva quando nessuno si sente spettatore, ma ciascuno si riconosce custode del bene di tutti.
La terza parola è: conversione. Non possiamo contemplare questa terra ferita senza rivolgere il pensiero a coloro che, per dolo o per grave irresponsabilità, hanno provocato tanto dolore. La giustizia faccia il suo corso e siano accertate le responsabilità. La Chiesa, mentre invoca la giustizia, non cessa di pregare per la conversione dei cuori. Nessuno nasce nemico del bene; ogni uomo può ritrovare la strada della verità quando si lascia raggiungere dalla misericordia di Dio.
Preghiamo, dunque, perché quanti hanno acceso il fuoco della distruzione sperimentino il fuoco dello Spirito Santo, che illumina la coscienza, suscita il pentimento e apre alla possibilità di una vita nuova. Solo un cuore convertito può imparare a custodire ciò che prima ha ferito. La vera vittoria sul male non consiste soltanto nel punire il colpevole, ma nel vedere rinascere l’uomo alla responsabilità, al rispetto della vita e all’amore per il bene comune.
La quarta parola è: prevenzione. È più saggio prevenire che riparare. Anche la tutela del creato esige intelligenza, programmazione e vigilanza. Le istituzioni hanno il dovere di predisporre strumenti efficaci di prevenzione e di protezione del territorio ed ogni cittadino è chiamato a fare la propria parte. Custodire significa vigilare, prendersi cura, non cedere all’indifferenza. L’amore per la propria terra si manifesta soprattutto nella responsabilità quotidiana.
La quinta parola è: educazione. Non ci sarà una vera rinascita se non sapremo educare le nuove generazioni al valore del creato. La natura non è soltanto una risorsa da utilizzare, ma un dono da contemplare, rispettare e trasmettere. Educare significa insegnare a guardare ogni creatura come segno della bontà di Dio, a riconoscere nella bellezza del paesaggio una pagina del libro della creazione e a comprendere che custodire la terra significa custodire anche la dignità dell’uomo. Solo un cuore educato alla gratitudine saprà diventare davvero custode della casa comune. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, ci ricorda che tutto è connesso. Non esiste una crisi soltanto ambientale, ma una crisi che è insieme culturale, etica e spirituale. Ogni gesto di incuria, ogni forma di indifferenza, ogni ricerca dell’interesse particolare a discapito del bene comune produce conseguenze che ricadono su tutti. Per questo la conversione ecologica è, anzitutto, una conversione del cuore. Forse occorreranno molti anni perché questi alberi ritornino a rivestire di verde la collina. Ma la rinascita della natura comincia già oggi, se rinasce il cuore dell’uomo. Ogni albero che sarà piantato, ogni gesto di cura, ogni scelta responsabile sarà una professione di fede nel Dio della vita, che continuamente rinnova la faccia della terra.
Alla scuola della Madonna della Serra
Mettiamoci, dunque, alla scuola di Maria. La Madonna della Serra, che da secoli veglia su Ruffano, continui ad accompagnare il nostro cammino. Ci insegni a custodire con maggiore amore il creato; a educare i giovani al rispetto della natura; a vigilare perché il bene comune sia difeso; a non perdere mai la speranza.
Continui a guardarci con lo stesso amore di sempre. Il suo santuario può essere circondato da una terra annerita, ma nessun incendio può spegnere la speranza che Maria accende nel cuore dei suoi figli. Lei, che da secoli veglia sul nostro popolo, ci accompagni perché da questa ferita possa germogliare una comunità più unita, più responsabile e più capace di riconoscere, nella bellezza del creato, il riflesso della gloria di Dio.
Affidiamo a lei il nostro paese, la nostra collina, le famiglie che hanno vissuto ore di angoscia, quanti sono impegnati nell’opera di ricostruzione e soprattutto le giovani generazioni, perché imparino ad amare questa terra non come un possesso da sfruttare, ma come una casa da custodire. Il Signore faccia rifiorire anche questa nostra collina e renda ciascuno di noi seminatore di speranza, custode del creato e testimone della carità.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca
