Omelia nella Messa per i cento anni di Elvira Barbetta
Parrocchia san Giovanni Bosco, Ugento 14 maggio 2026. 

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi ci riuniamo con cuore grato per celebrare un dono raro e prezioso: i cento anni di vita della signora Elvira Barbetta in Capotorti. Ogni compleanno è memoria di gratitudine, ma un centenario è qualcosa di più: è come un grande libro aperto davanti a noi. In quelle pagine troviamo la fede vissuta nella quotidianità, le prove affrontate con pazienza, le persone amate e quelle affidate a Dio, i cambiamenti della storia attraversati con coraggio.

Il tempo dell’orologio

Il tempo lineare è il tempo dell’orologio: scorre, si evolve, cambia, si trasforma. È un tempo neutro e misurabile quantitativamente, sempre uguale a sé stesso. Gli avvenimenti si susseguono, si accavallano tra di loro e segnano la misura della nostra vita. La Sacra Scrittura ricorda che «gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più forti» (Sal 90,10). Il Signore, nella sua bontà, ha voluto concedere ad Elvira ben più di questo limite comune. 

Ella nasce a Brindisi il 14 maggio 1926. La madre, consapevole che la sua vita sarebbe stata “nomade”, pensò di iscriverla alle Vincenziane di Brindisi affinché, ovunque andasse, potesse trovare un’associazione che aiutasse la figlia a non sentirsi sola. Elvira sposò il giovane finanziere Trifone Capotorti a Montrone (BA). Dopo circa un anno di matrimonio nacque Franco, unico figlio. In quel paese conobbe i miei nonni e allacciò rapporti di amicizia con mia sorella Matilde. Seguì il marito a San Cataldo, Foggia e in altre località. 

Cinquantasei anni fa si stabilirono a Ugento, poiché il marito divenne appuntato. Nei primi anni visse nella parrocchia della Cattedrale, svolgendo il compito di catechista; successivamente, dopo circa sei anni, si trasferì nell’attuale abitazione situata nella parrocchia di San Giovanni Bosco.

Dopo la morte del marito iniziò il suo impegno di apostolato con i Passionisti, che in quel periodo svolgevano una missione a Ugento. Da quel momento seguì le missioni dei Passionisti in tutta Italia e in Europa, visitando città come Praga e Vienna e nazioni come l’Ungheria, la Francia e la Jugoslavia. Durante queste missioni faceva visite alle case dei malati e agli ospedali e si prendeva cura delle situazioni familiari più difficili.

Nella diocesi di Ugento ha collaborato con mons. Miglietta e mons. De Grisantis. È stata una delle prime a frequentare a Presicce il corso organizzato da don Carmelo Cazzato per diventare ministro straordinario della santa Comunione. Risulta iscritta all’Apostolato della Preghiera. 

Il tempo della vita

Il tempo non è solo ciò che si consuma, ma anche ciò che matura. Non è solo tempo cronologico, ma anche “tempo emotivo” ossia il “tempo della vita”. Sotto questo profilo, i cento anni di Elvira non costituiscono una semplice quantità di anni, ma sono segno di una vita che continua a essere custodita. Non celebriamo, dunque, solo la durata del tempo, ma la ricchezza di una storia vissuta, fatta di giorni ordinari e straordinari, di gioie e fatiche, di amore ricevuto e donato.

La Parola di Dio ci insegna a guardare la vita con uno sguardo più ampio di quello del mondo. La Scrittura, infatti, afferma: «La vecchiaia è una corona di gloria se si trova nella via della giustizia» (cfr. Sir25,6). Non è dunque la longevità il vero valore dell’esistenza, ma la vita vissuta nella fedeltà, nell’amore, nella ricerca di Dio.

 Il salmista avverte: «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno ancora verdi e rigogliosi» (Sal92,14). È una promessa sorprendente: non esiste un’età in cui Dio smetta di operare nell’uomo. Quando tutto sembra rallentare, in realtà può crescere qualcosa di più profondo. Questo è il mistero che celebriamo oggi: la vita non perde valore con il passar del tempo. Diventa anzi più essenziale, più limpida, più feconda nello spirito. La persona diventa come una memoria vivente: non solo ricorda il passato, ma lo trasforma in testimonianza. La sua presenza stessa parla: parla di resistenza, di amore, di fedeltà, e anche di quella forza silenziosa che viene da Dio e sostiene nei giorni lunghi della vita.

Pensiamo ad Abramo: la sua storia con Dio non si chiude con la stanchezza, ma con una promessa che si compie proprio nella sua età avanzata. Questo ci dice che Dio non misura la vita con i criteri dell’efficienza, ma con quelli della fedeltà.

Anche la tradizione della Chiesa conferma questo sguardo. Agostino d’Ippona ha mostrato come la maturità della vita conduca a una verità più semplice: capire che il cuore umano è inquieto finché non riposa in Dio. E questa consapevolezza spesso si fa più limpida col passare degli anni.

Guardando al nostro tempo, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno testimoniato con la loro vecchiaia e la loro sofferenza che la fragilità non toglie dignità, ma può diventare annuncio silenzioso del Vangelo. La vita non perde il suo valore quando si indebolisce, ma si trasfigura nell’offerta.

            Il tempo come kairòs

Che cosa, allora, è la vecchiaia alla luce del Vangelo? È il tempo della verità: cadono le maschere, si riducono le illusioni, resta ciò che conta davvero. È il tempo della memoria, in cui si comprende che nulla di ciò che è stato vissuto nell’amore è andato perduto. È il tempo della trasmissione, in cui la vita diventa dono per gli altri.

E soprattutto è il tempo dell’attesa: non passiva, ma fiduciosa. Un’attesa che somiglia a quella del Vangelo, dove il Signore viene quando la vita è ancora aperta all’incontro. Per questo la vecchiaia più che un tempo “minore”, può diventare una vetta: più silenziosa, ma più vicina al cielo.

Chiediamo allora al Signore che Elvira continui a vivere il suo tempo come dono sereno, circondata dall’affetto, custodita nella pace, e sostenuta dalla speranza che non delude. Il Signore le doni la grazia di riconoscere nella vecchiaia non una perdita, ma un compimento, dove la vita si semplifica e si avvicina sempre più al cuore di Dio.

E noi, che oggi siamo qui, non siamo solo spettatori, ma eredi di questa storia. Perché ogni vita lunga e ben vissuta diventa un ponte tra le generazioni: ciò che è stato seminato continua a portare frutto negli altri. Impariamo così da Elvira una cosa semplice ma decisiva: che ogni giorno della vita, anche il più piccolo, può essere vissuto nell’amore… e quindi non va mai perduto.

Mi piace concludere questa esortazione omiletica augurando ad Elvira di ripetere le parole di un poeta francese: «Vecchiaia, eccoci. Freschezza della sera sulle alture, soffio del largo sopra ogni soglia, e le nostre fronti messe a nudo per circhi ben più vasti. Vecchiaia, voi mentivate: strada di brace e non di ceneri. Il viso ardente e l’anima alta, verso quale eccesso stiamo ancora correndo? Il tempo che si misura non è la misura dei nostri giorni. Non abbiamo nulla a che fare con il meno né con il peggio. Per noi la turbolenza divina ha il suo ultimo vortice […]. Vecchiaia eccoci. Appuntamento preso e da lungo tempo con quest’ora di grande senso»[1].  


[1] La citazione è presa da V. Paglia, L’età da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità, Piemme, Milano 2021, pp. 43-44.

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