Omelia nella Messa per il XXV della dedicazione della Chiesa
Parrocchia Maria SS. Ausiliatrice, Taurisano 10 maggio 2026.
Cari fratelli e sorelle,
celebriamo con una gioia particolare il XXV della dedicazione di questa Chiesa. Ricordiamo la data dell’avvenimento e l’inizio di una storia che è giunta fino a noi. I due aspetti si richiamano l’un l’altro, in modo analogo a quanto avviene per ogni persona vivente. La data inziale della propria esistenza, infatti, indica il momento preciso nel quale tutto ha avuto inizio. Poi, però, c’è lo svolgersi di tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia successiva.
La parrocchia ha una sua rilevanza non solo in riferimento al suo impegno pastorale, ma anche come un soggetto che anima e favorisce lo sviluppo sociale del territorio nel quale è collocata. Alla specifica missione di educare alla fede e di favorire l’evangelizzazione, la parrocchia ha anche il compito, insieme con le altre istituzioni presenti sul territorio, di adoperarsi per la promozione umana e il progresso di tutta la società.
In questo contesto, torna alla memoria la cara figura di don Leonardo Salerno, primo parroco di questa comunità. Con grande dedizione e amore, egli ha voluto e portato a termine la costruzione di questa chiesa e per molti anni ha guidato con saggezza pastorale la comunità dei fedeli. Il suo impegno pastorale si è espresso in una molteplicità di iniziative anche di carattere sociale, tra le quali occorre ricordare la cura magistrale con la quale ha dato vita e portato avanti l’esperienza della “Corale Taurisanese”.
L’aver dedicato la parrocchia alla Madonna con il titolo di Maria SS. Ausiliatrice è il segno della spiritualità salesiana che ha animato il suo ministero sacerdotale. Il riferimento alla Madonna non aveva però un significato solo devozionale. Esprimeva, invece, la certezza della presenza di Maria con madre e modello della Chiesa. Chiamarla “Ausiliatrice” significava riconoscere la sua presenza come un aiuto discreto e reale, soprattutto nei momenti in cui la fede sembra vacillare e la speranza si affievolisce. Non sostituisce Cristo, ma come una madre premurosa conduce sempre tutti a lui. È una verità, questa, che nasce dall’esperienza del popolo di Dio. Lungo i secoli, sono molti i momenti di difficoltà e di bisogno nei quali si è fatta più evidente la materna intercessione della vergine Maria.
Le tre dimensioni della parrocchia
Celebrare l’anniversario della dedicazione è anche l’occasione propizia per richiamare le principali dimensioni che devono animare la vita e l’attività della parrocchia. Non si tratta semplicemente di ricordare il passato, ma di riconoscere che il luogo dove la comunità cristiana si riunisce è uno spazio “consacrato”, perché manifesta il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
La memoria di questo avvenimento riveste innanzitutto un valore profondamente cristologico. Nella Sacra Scrittura, la casa di Dio non è mai solo pietra. Nel Vangelo di Giovanni, riferendosi al suo corpo, Gesù dice: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19). Con queste parole, Cristo sposta il centro del culto: il vero tempio è lui e, in lui, la comunità dei credenti diventa dimora di Dio. San Paolo lo ribadisce con forza: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor3,16).
Durante il rito della dedicazione, il celebrante unge l’altare e le pareti con il sacro crisma: è un gesto forte, che indica una trasformazione. Da quel momento, quello spazio non è più un ambiente comune, ma è il luogo dove il cielo e la terra si incontrano. Le pareti dell’edificio diventano segno di una realtà più grande: la comunità che si riunisce, ascolta la Parola, spezza il pane, e diventa Corpo di Cristo nel mondo. L’altare, cuore della chiesa, diventa segno di Cristo che offre sé stesso per la vita del mondo.
A questo fondamento cristologico si riferiva don Tonino Bello, quando, chiamato da don Leonardo Salerno, tenne una riflessione nel decimo anniversario dell’istituzione della parrocchia. Tra l’altro egli sottolineò la centralità di Cristo nella vita della comunità: «La cosa più grande, comunque, è questa: che gira e gira, possiamo fare tutto quello che vogliamo – i servizi per i poveri, le mense per i marocchini, per le ragazze madri, per i tossicodipendenti – però, se non vogliamo bene a Gesù Cristo, se non viviamo di lui, se non entriamo nella logica del Vangelo – che è logica di povertà, di servizio, di abbandono, di fiducia, di speranza – se non amiamo Gesù Cristo, se non gli vogliamo bene da morire, se non siamo capaci di giocarci veramente la vita tutta, senza trattenere per noi nulla, possiamo fare tutto quello che volete, ma la gente rimane sempre ai margini della nostra città, e il mondo se ne va per la sua strada»[1].
La seconda dimensione è quella comunitaria. Il radunarsi nella forza dell’amore di Cristo genera il corpo ecclesiale e fonda la comunità cristiana. Per questo la dedicazione di una chiesa non riguarda principalmente le mura, ma si riferisce soprattutto alle persone. Con un esplicito richiamo alla Prima Lettera di Pietro, il rito ricorda che la Chiesa è fatta di pietre vive, cioè di uomini e donne chiamati a lasciarsi abitare da Dio e a vivere in comunione tra di loro.
Anche don Tonino sottolineò, con una certa insistenza l’importanza e la priorità per i fedeli di vivere la legge dell’amore vicendevole. Queste le parole di don Tonino: «Gesù, ricordatevi: la sera dell’ultima cena ha lavato i piedi agli apostoli. E noi questo gesto lo interpretiamo un po’ troppo. Lo interpretiamo così: che noi, come Chiesa, dobbiamo andare a lavare i piedi al mondo, ai marocchini, ai terzo mondiali, ai poveri. Invece Gesù, quando conclude questo pediluvio organizzato gratuito, dice così: “Se anche voi non vi laverete i piedi gli uni gli altri, gli uni gli altri». […] brocca, asciugatoio e bacile non sono strumenti da esportazione, messi quasi all’ingresso della chiesa […] non sono oggetti che stanno fuori, sono oggetti che stanno messi al centro della chiesa, della comunità ecclesiale, della vostra parrocchia”»[2].
La terza dimensione è quella personale. Ogni volta che entriamo in una chiesa siamo invitati a ricordare che siamo chiamati a diventare noi stessi spazio sacro, dove Dio può dimorare, parlare, agire. Non è solo memoria di un rito, ma invito alla conversione: perché ogni chiesa di pietra sia segno di una Chiesa viva, e ogni cuore diventi davvero dimora del Dio vivente. L’apostolo Pietro invita i cristiani ad adorare Cristo nei loro cuori e a rendere ragione della speranza che è il loro (cfr. 1Pt, 32, 15).
Le quattro immagini della parrocchia secondo don Tonino Bello
Oltre a queste tre dimensioni, vale la pena di ricordare anche le quattro immagini utilizzate da don Tonino per spiegare la missione della parrocchia nel contesto del territorio.
La parrocchia è come la fontana del villaggio, serve a tante cose a seconda dei bisogni di ciascuna persona. È il luogo di riferimento per chi sente una sete struggente di Gesù Cristo; è il contesto umano per chi cerca un po’ di speranza e di coraggio; è la comunità per chi intende purificarsi attraverso la pratica dei sacramenti; è il punto di riferimento per chi, anche se, lontano dalla Chiesa, mantiene nonostante tutto una nostalgia di Dio. Per tutti, credenti e non credenti, la parrocchia è un richiamo a mettersi alla ricerca di qualcosa che vale e che bisogna saper intercettare senza mai venire meno alla libertà di coscienza.
L’immagine della tenda è un invito a frequentare la comunità senza cercare un rifugio rassicurante. Serve anche a chi sta fuori come un richiamo a trovare una famiglia spirituale. Il credente deve abitare la tenda, ma anche mettersi alla finestra o perlomeno aprire uno spiraglio per vedere la gente che sta fuori e destare nostalgie profonde nel cuore della gente: nostalgia del silenzio e dell’interiorità, nostalgia della fraternità, nostalgia del totalmente Altro.
La terza immagine raffigura la parrocchia come la pietra che cammina. Nella Prima Lettera ai Corinzi, san Paolo afferma che la pietra che cammina è Cristo da cui sgorga acqua viva. I due aspetti sembrano apparentemente contrastanti: la pietra indica stabilità e immobilità. La parrocchia, tuttavia, è un popolo in cammino. Deve essere saldamente ancorata a Cristo, ma deve essere anche capace di camminare con i tempi, cambiando il suo vocabolario e il suo linguaggio, inventando nuove modalità di presenza e di annuncio.
La parrocchia, infine, è come una freccia stradale. Non è autoreferenziale, ripiegata su sé stessa, ma indica l’orientamento da seguire, indirizza lo sguardo verso il futuro, apre il cuore alla speranza e all’orizzonte più lontano.
In conclusione, vi invito a riflettere su queste immagini e ad accogliere l’esortazione finale di don Tonino che è anche il mio pensiero augurale: «Il Signore Gesù Cristo vi faccia sentire il calore della sua mano nella vostra, perché è diventato vostro compagno di viaggio. E se qualche volta, quando siete stanchi della vita, delle difficoltà, delle tribolazioni, delle divisioni, delle speranze cadute, vi accorgete che non c’è nessuno – forse neanche il parroco o il vescovo – che vi possa dare una mano, vi auguro che possiate sempre trovare pronta la spalla di lei, di Maria, su cui poggiare il capo. E quello è un riposo che – parola di vescovo – vi ristora»[3].
[1] Riflessione di don Tonino Bello nel decimo anniversario di fondazione della parrocchia Maria ss. Ausiliatrice, Taurisano maggio 1990.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
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