Articolo in “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”,
domenica, 9 agosto 2026, pp. 1 e 27.
In un contesto internazionale segnato da guerre e tensioni che minacciano la pace e la fratellanza tra i popoli, sul Piazzale della Basilica di Leuca il 14 agosto sarà proclamata dai giovani la “Carta di Leuca” davanti alle Autorità, ai fedeli e alla presenza del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini che presiederà la celebrazione eucaristica.
A fare da filo conduttore sarà la sua recente lettera pastorale intitolata: “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Il nome Gerusalemme è comunemente associato all’idea di “città della pace”, anche se l’etimologia non è del tutto certa. In ebraico, Yerushalayim è un termine spesso collegato a “shalom”, che significa “pace”. Per questo Gerusalemme viene poeticamente denominata “città della pace”. In realtà, si tratta di una delle città più contese della storia. Considerata sacra da ebrei, cristiani e musulmani, la città è stata teatro di numerose guerre, assedi e conflitti per millenni. Per questo motivo, l’appellativo di “città della pace” è spesso usato in senso simbolico o come auspicio, oltre che come possibile significato etimologico del nome.
Nella sua lettera pastorale, il cardinale Pizzaballa insiste continuamente sul fatto che la pace non è anzitutto una questione territoriale, politica o strategica, ma ha una forte valenza relazionale. La pace nasce dalle relazioni. Pertanto, la vera domanda non riguarda le ragioni o i torti delle parti in causa, bensì come sia possibile ricostruire relazioni spezzate e riaprire percorsi di incontro e di riconciliazione.
Il libro dell’Apocalisse descrive la Gerusalemme celeste con le porte sempre aperte. Per il cardinale questa immagine diventa una vera e propria categoria spirituale. Richiama, infatti, i temi dell’apertura, dell’accoglienza, del dialogo e della disponibilità all’incontro propri della cultura mediterranea. Il Mediterraneo, in quanto mare chiuso e aperto, è icona di un mondo dalle porte aperte, uno spazio di passaggio e di incontro, chiamato non a separare i popoli ma a metterli in relazione, non ad erigere barriere ma a favorire percorsi di reciproca accoglienza e di pace.
In questa visione, ritorna spesso l’idea che le differenze non sono una minaccia e che l’identità non si rafforza escludendo l’altro. La pace nasce quando le differenze vengono accolte e non negate. Il Mediterraneo è il mare dove coesistono le differenze: popoli diversi; culture differenti; pluralità di religioni; molteplicità di lingue. Come soleva dire Fernand Braudel, il Mediterraneo è «mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre».
Nella lettera, il cardinale tocca un altro tema di particolare importanza: guarire le memorie ferite e operare una purificazione della memoria. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà, assunto come criterio per definire le relazioni, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni.
È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche delle categorie di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono questi valori a stabilire il contatto diretto tra le differenti sfere: religiosa, morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. È necessario superare rancori storici, narrazioni vittimistiche e logiche fondate sulla contrapposizione dell’amico e del nemico. Bisogna rileggere il passato senza rimanerne prigionieri, riconoscendo le ferite della storia senza però permettere che esse continuino a determinare il presente. La pace non si costruisce cancellando la memoria, bensì guarendola: trasformandola da luogo di risentimento in occasione di riconciliazione e di rinnovata fraternità.
Certo, nel nostro tempo, l’odio ha scavato solchi profondi. Per questo assistiamo a una dolorosa disumanizzazione dell’altro, considerato spesso come “il nemico”, di fronte al quale tutto diventa lecito. La violenza ha distrutto non solo le città e le case, ma ha segnato le coscienze, ha avvelenato il linguaggio pubblico ha generato un senso di tradimento persino degli ideali che si credevano condivisi. Ha creato un circolo di vittime contro altre vittime e, col tempo, gli animi si irrigidiscono e diventa sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. Non bisogna, tuttavia, arrendersi a questa deriva.
Mentre la terra “brucia” per le alte temperature e i fuochi che devastano numerosi territori e nonostante i venti di guerra che spirano nello stretto di Hormuz o le numerose vittime che hanno trovato la morte nel mare dell’exclave spagnola di Ceuta bisogna continuare a mantenere viva la speranza di un “Mediterraneo di pace per un mondo in pace”. Il 22 febbraio 1958, nel suo incessante impegno per il dialogo e l’amicizia tra i popoli, Giorgio La Pira osava sperare: «Se pacificato, il Mediterraneo può diventare, davvero, lo spazio più luminoso della terra». I giovani che partecipano alla Carta di Leuca sono il segno tangibile che questo ideale non si è offuscato nei loro cuori e nei sogni di mondo riconciliato e in pace.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca
